ădĭtus 
iter incipit in ădĭtus claustrum
Chi ha insegnato ad A le doti di un’anima perfettamente eroica, da metterlo in grado di dipingerla così perfettamente in C? Perché lo fa de[b]ole ne[l]la su[a] agonia? Non sa dipingere una morte [i]ntrepida? Sì, for[s]e p[e]rché lo stesso A dipinge quella di B più forte di quella di C.
Lo fa dunque ca[p]ace di timore, prim[a] che [s]ia giunta la ne[c]essità di morire, e in seguito fortissimo. Ma quando lo f[a] così turbato, è quando eg[l]i si turba da sé: e quando gli uomini lo turbano, è fortissimo.
[?, ?]

«Gli uomini sono così necessariamente pazzi che sarebbe essere pazzo di un’altra forma di pazzia il non essere pazzi.» (B. Pascal, Pensieri, trad. di A. Bausola)
Se in tutto il mondo è rimasto ancora un
lettore che legga per il gusto di leggere – o che
comunque dopo aver letto se ne vada per i fatti
suoi – gli chiedo o le chiedo, con indicibile affetto
e gratitudine, di dividere la dedica di questo libro
in quattro parti con mia moglie e i miei bambini.
[J. D. S., Alzate l’architrave carpentieri, trad. di R. C. Cerrone, Einaudi, Torino 1965]
Al possibile lettore che «dopo aver letto se ne va[da] per i fatti suoi», lo scrittore chiede di dedicare un pensiero a sua moglie e i suoi tre figli. Lo invita a qualcosa di più che deviare dai fatti suoi proprî, cosa che peraltro sembrava invece auspicare, lo chiama a entrare – se così si può dire – nel privato della sua famiglia. Ora, se l’ironia consiste realmente nel dire il contrario di ciò che si pensa, allo scopo di rinviare la presa del significato grazie a un controcanto di significanti, qui il lettore cercato dev’essere tutt’altro da quello che si vuol far credere. Oppure la richiesta di dedica è una farsa, una beffa da riso sotto i baffi. E se invece il tipo di lettore fosse proprio quello? Se proprio in virtù del suo disinteresse fosse la persona più adatta a far parte della famiglia dello scrittore? Uno che alla mattina può prendere il suo latte dal suo frigorifero grattandosi la pancia con noncuranza anziché chiedendo imbarazzato in che scodella versarlo?
Una visione di vita infatti è più che un compendio o una somma di tesi tenute ferme nella loro astratta limbalità; è più dell’esperienza, che come tale è sempre atomistica, è infatti la transustanziazione dell’esperienza, è una raggiunta sicurezza in se stessi inattaccabile da ogni empiria, si sia orientata poi semplicemente in tutti i contesti mondani […]o nel suo orientamento verso il cielo (il religioso).
[S. Kierkegaard, Dalle carte di uno ancora in vita, «edite contro il suo volere da Søren Kierkegaard», 1838, ed. it. a cura di D. Borso, Morcelliana, Brescia 1999, pp. 82-83.]